Cose “buone” da bere tra una fine ed un inizio

Questo 2024 è passato veloce per me nella sua parte “Europea”: il lavoro ha occupato i miei giorni e sono stata contenta di questo allegro trambusto, ma anche, finalmente, di rientrare in contatto con i mille stimoli che il mercato degli spiriti e del vino qui mi offre, e soprattutto di potermi confrontare con gli amici ed i professionisti del settore, che fanno tanta parte del mio ancor piccolo bagaglio.

Giunta a pochi metri dal 2025, mi voglio spogliare dei panni “tecnici” per qualche istante: ho accumulato riflessioni e nuove idee in considerevole quantità, grazie a voi e a questo ambiente fecondo e vivo, ma anche tanto nuovo “dizionario alcolico” buono e consapevole, da condividere ancora una volta con voi lettori, per trasmettervi, forse, qualche spunto utile e, perché no, il piacere di bere qualcosa di diverso con amici e parenti in questi giorni di festa.

La mia prima riflessione alcolica è che dobbiamo iniziare a bere più bianco che scuro: in Italia abbiamo abbondanza di magnifici distillati di frutta, di grappe, di rum agricoli bianchi. I distillati bianchi vi parlano della materia prima e del territorio, della nostra incredibile diversità enologica e biologica, oggi arricchita finalmente da una nuova, e nello stesso tempo antica, materia prima: la canna da zucchero, già coltivata in Italia del Sud all’epoca degli Arabi, tra VI e VII secolo, e poi dimenticata. Oggi quella stessa canna da zucchero ha messo in moto il cuore ed il cervello di due giovani aziende di distillazione, che dal puro succo di canna da zucchero hanno iniziato a produrre rum agricolo: Alma Distilleria in Sicilia e Berolà in Campania. Seguitele ed assaggiatene i rum bianchi, vi parleranno di quelle terre e del lavoro degli uomini, vi parleranno di raccolta, di stagioni, di sole e di pioggia, di fermentazioni e distillazioni diverse, proprio come ottimi vini. Sarà, per chi non è abituato a questo tipo di distillato, una porta d’ingresso nello stesso tempo casalinga ma anche rivoluzionaria ed un po’ punk al mondo del rum “a presa diretta”, che non fa sconti ma è molto affascinante, liscia od in miscelazione semplice, per non coprirne tutta la ricchezza vegetale e profumata.

La seconda, inevitabile riflessione, è che dobbiamo conoscere meglio il territorio da cui proveniamo od in cui abitiamo: andare alla ricerca di produttori di vino, distillati e prodotti di eccellenza nel corto raggio riserva spesso piacevoli sorprese, e talvolta innesca nuovi rapporti lavorativi o di amicizia e frequentazione. Il panorama della gastronomia, del vino e degli spiriti in Italia è talmente ampio e variegato che non esiste una regione o una provincia che non possa contare su un certo numero di produttori che non aspettano altro che farsi conoscere e narrarsi attraverso le loro creazioni: tutto questo genera trasmissione e cultura, che sono fondamentali per far sopravvivere le nostre delicate filiere. Lasciate parlare i produttori, ascoltate, immagazzinate, e trasmettete il vostro territorio, proprio come buoni ambasciatori.

Da ultima, vi offro la considerazione che più mi sta muovendo in queste ultime degustazioni dell’anno: so che molti di noi sono legati a uno stile, ad un prodotto, ad un gusto. Cercate di uscire dalle vostre rispettive “comfort zones”, perché rompere le regole è essenziale per la conoscenza. Se non comprendete che gusto ci sia nel bere whisky torbati, è il momento di approcciarsi in modo sereno e graduale ad un distillato storicamente diverso: questo vi aprirà altri mondi e magari vi verrà voglia di fare un viaggio in Scozia. Se non bevete rum bianco perché istintivamente lo associate al rum da banco per i cocktail, cominciate ad assaggiare qualche rum agricolo bianco. Se per voi rum è solo esteri, e cercate la “botta” totale, cominciate ad approcciarvi ad altre tipologie di bevuta, che vi educheranno, immancabilmente, in modo molto più graduale, ad apprezzare sia le sfumature più fini che le pennellate più decise in un bicchiere, e migliorare le vostre abilità in degustazione. Il gusto è una forma di intelligenza sensibile e come tale va guidato verso molteplici mondi per trovare una dimensione più ampia. Insomma, prendete il sentiero non battuto, e, come vi ho già detto, siate un po’ punk, ma per davvero.

La vostra curiosità può trovare infine basi di vera conoscenza se deciderete di approfondire con un corso: non rinunciate mai a saperne di più, è una delle gioie della condizione umana. Io stessa continuo a studiare, per me, perché mi piace, ma soprattutto per lavorare meglio e per offrire un prodotto migliore ai miei clienti: imparare richiede energia, ma ve ne regala di più. A tal proposito, per chi si approccia al mondo dei distillati, date un’occhiata ai corsi Whisky Club Italia: penso che facciamo un ottimo lavoro ed offriamo un catalogo accessibile e completo, oltre a trasmettervi l’amore incondizionato per i distillati e per la cultura che vi è dietro.

Vi lascio con un piccolo elenco di cose “ribelli” che mi sono piaciute da bere e da fare in questo 2024, e spero di averne altrettante da trasmettervi per il prossimo anno:

  1. Alma Distilleria, Sicilia: il rum agricolo bianco “Purple Cane”, che mi ha insegnato la misteriosa canna violetta siciliana e quanto poco ancora ne so della mia graminacea preferita, ed il suo contraltare, la seconda varietà che abbiamo utilizzato, la “Yellow Cane”, piccola e opulenta, solare come la sua terra, che mi ha scatenato mille idee. Rebel rebel.
  2. Il rum agricolo bianco di Berolà, ovvero la versione delicata della rivoluzione. Loudly silky.
  3. Ardnahoe 5 Inaugural Release, giovane e dandy, fumo e scogli quanto basta per sapere che siamo ad Islay, ma una Islay completamente nuova. Little punky masterpiece.
  4. Il rum agricolo bianco “Guadeloupe” che ho prodotto l’anno scorso per Whisky Club Italia, ed è ora in vendita sul sito WCI, figlio di Guadalupa, da monoparcella e monovarietà di canna da zucchero: il rhum agricole perfetto per il ti-punch, ma disegnato su misura, preciso come un coltello ben maneggiato. Punk in tuxedo.
  5. Il nuovo Hampden di Morisco Spirits: è pur sempre Hampden, ed è pur sempre un <H>, ma nella sua versione scioglievole e cremosa, tanto per dirla con il nuovo gergo natalizio. Red velvet gun.
  6. L’Ardnamurchan per i 10 anni di Whisky Club Italia: nello stesso tempo bold ed elegantissimo. Smooth Criminal.
  7. Gatto nero, gatto bianco: il St. Kilian in PX di Whisky Facile ed il suo sfrontato, impossibile equilibrio. Tightrope walker.
  8. Perfetto connubio al panettone, e sferica semplicità, Arran 10. La rivoluzione quotidiana del saper far bene le cose.
  9. Il numero perfetto: i due rum bianchi Marie Louise, iodata freschezza e complessità, perché il terroir è la chiave di lettura unica e polifonica del rum agricole. E perché il futuro deve parlare di ritorno alla natura. Natural born killers.
  10. Il rhum blanc agricole Mana’O Amphore: come una prospettiva di Mantegna, un rhum agricole enorme in sì piccolo spazio, vale tutti gli euro che costa.

Dulcis in fundo, poiché mi trovo in Italia, dove, finalmente, posso godere di un panorama enologico di tutto rispetto, in questi mesi posso dire di aver assaggiato, almeno ogni due o tre giorni, un vino diverso, aver giocato con gli abbinamenti, aver potuto far confronti di stile e maturazione. Resto innamorata dei metodi classici, e, nondimeno, della terra che mi ha visto nascere, la bassa Mantovana, e di quella che mi ha accolto, il Pavese, perciò, se dovessi segnalarvi due cantine che meritano di essere visitate ed “assaggiate”, e producono bolle di gran spessore, ecco, per i vostri taccuini, due buoni indirizzi: ça va sans dire, sempre di vini ribelli si tratta.

  1. Il primo ribelle in questione si chiama Franco Accorsi, e fa vino lambrusco da antiche varietà (Salamino, Maestri, Gropello Ruberti, Marani) insieme al fratello, a Poggio Rusco, nell’Oltrepò Mantovano: andateci, guidando pieno, per perdervi tra i nomi antichi ed impossibili dei minuscoli borghi che portano là, Magnacavallo, Malcantone, Quattro Case, Dragoncello. Ma soprattutto andateci perché, oltre all’austera grazia dei suoi lambruschi rifermentati in bottiglia, dal nome oriundo e dal sapore asciutto come la mia gente, dal 2017 Franco sta sperimentando (un ottimo) metodo classico, da uve Marani, e lo ha recentemente imbottigliato scegliendo il formato Magnum, non solo per questioni di maturazione ottimale, ma anche per ispirare senso conviviale: la rosea verticalità floreale e fruttata del Marani è gestita quasi senza dosaggio, rendendo a questo lambrusco una sorta di quarta dimensione amplificata dal formato e perfettamente controllata. Sarà l’occasione per ritrovare, in accompagnamento a questo vino che sa di stare insieme mentre fuori è freddo, nebbia e terra scura, anche la cucina dei miei luoghi, parimenti conviviale, fatta di paste ripiene, pollame da cortile, pesce di fiume, verdura e salame: un ensemble che vive in simbiosi. Franco vi accoglie in cantina tutti i giorni, e, per la cronaca, visto che siamo tutti attenti al portafoglio negli ultimi anni, i suoi lambruschi rifermentati in bottiglia ed etici al 100%, viaggiano tra i 7 e gli 8€, mentre il magnum di Metodo Classico Marani costa appena 36€. Come mi era capitato di scrivere anni fa, è da questo old boy che parte la rivoluzione del Lambrusco Mantovano. Redemption Song.
  2. Arriviamo nella terra che ha accolto i miei primi passi nel mondo del vino: sempre di Oltrepò si tratta, ma di Oltrepò Pavese, terra sfruttata e maltrattata quanto l’Emilia del vino degli anni Settanta del secolo scorso, che oggi è in piena ripresa, ancora lorda di scandali e brutture, ma ricca di perle celate nel suo tessuto di valli e colline, e di grandi, anzi grandissime persone a farne la storia, come il mai abbastanza compianto Lino Maga. Una delle perle che voglio farvi conoscere è Cantina Scuropasso, nell’omonima valle, di Fabio e Flavia Marazzi: abbandoniamo l’umile schiettezza del lambrusco e saliamo alla corte di Re Pinot Nero, in uno degli angoli d’Italia dove per primo riuscì ad esprimersi ed essere apprezzato. Oggi non è facile fare Pinot mentre le piogge restano imprevedibili, e le stagioni, sempre più irregolari, lasciano spazio a parassiti e malattie: questo sensibile e delicato cépage, il primo ribelle di tutta la faccenda, va in primo luogo protetto, e poi correttamente vinificato. Negli anni, il metodo classico di Fabio e Flavia è stato uno di quelli che più ha preservato, insieme alle caratteristiche del Pinot, una sua linea, dritta e senza compromessi, ed ha seguito una idea, quella di comunicare la vigna come organismo plurale, insieme all’uva ed al lavoro dell’uomo: non siamo in Francia, ma qui si è compresa perfettamente la lezione dei nostri cugini, ed il metodo classico Blanc de Noirs di Scuropasso si è negli anni evoluto sul cépage, raccolto a maturità fenolica, e sulla vigna, oggi situata nel luogo più favorevole per Pinot Noir e Pinot Meunier (eh si, qui si fa anche Meunier), a Ruino, dove le temperature ed il clima nel suo complesso sono ottimali. Anche in questo caso, zero aggiunte in cantina ed in bottiglia, per una trasmissione diretta del terroir nel vostro bicchiere: spazio al tempo sui lieviti, ma altrettanto spazio al tempo sul tappo, anche in questo caso seguendo la lezione champenoise. Quelli di Fabio e Flavia sono Metodi Classici da attendere, ma sorprendenti per complessità e ricchezza: vi consiglio il citato Blanc De Noirs, dal sorso elegantissimo e denso, poi, per una bevuta ancora più dritta, lo Zero, un pas dosé di rara profondità, ed infine, per un abbinamento felice con la cucina del territorio Pavese, il Cruasé, senza trascurare l’ottimo Blanc De Blancs da uve Chardonnay, ed i rossi, sia quotidiani che importanti, che sempre riprendono il concetto di vigna, come il Vigna Pianlong, Buttafuoco Storico recentemente citato anche da James Suckling, nell’omonima guida, tra i nuovi “rebellious italian reds”. Per la gioia degli appassionati di bollicine, Fabio e Flavia ovviamente rifermentano parte delle loro preziose cuvée in bottiglia grande, che vi consiglio caldamente. I prezzi, al contrario dell’incredibile qualità di questi vini, sono contenuti: tra i 20 ed i 25€ per le bottiglie, e poco più del doppio per i Magnum. La visita in cantina è un must, e l’accoglienza della famiglia Marazzi è impareggiabile per calore e cordialità: una rivoluzione sommessa che da tre generazioni fa vino etico e buono. Gentle rebels.

Consigli terminati, non mi resta che augurarvi ed augurarmi di essere sempre più liberi pensatori e un po’ ribelli in questo 2025 che ci attende al varco, di assaggiare e ascoltare, di imparare e insegnare le cose buone a chi amiamo.

Felice 2025 a tutti!

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close