Cosa accadrebbe se l’inchiesta sul ruolo delle donne nel mondo del rum e l’intervista che recentemente mi ha fatto Rumporter fossero state scritte in italiano e per il pubblico italiano?
Sono stata estremamente contenta di essere stata scelta per questo sondaggio da parte di una rivista di settore così autorevole, perché significa che, nel mio piccolo, sto lavorando bene, con competenza ed etica, e le persone con cui collaboro sono contente del mio apporto: significa tantissimo per me e per il futuro della mia piccola azienda unipersonale.
Per rendervi prossimo ciò che ha provato a fare Fabien Humbert di Rumporter con questa ricerca, che ha interessato donne che lavorano nella Rum Industry di tutto il mondo, provo a riformulare per voi le domande che mi sono state sottoposte, rispondendo dal punto di vista del mio soggiorno “italiano”, quei quattro mesi che, ormai dal 2020, passo in Italia, a fronte di otto o anche nove mesi in Guadalupa, dove oggi posso dire che il mio lavoro, oltre a darmi soddisfazione e stimoli, mette sulla mia tavola il pane e mi permette di pagare un mutuo. Un giorno spero di poter ricominciare a viaggiare, per ora non è ancora possibile.
Prima di tutto, ne approfitto per ringraziare chi in Guadalupa mi dà fiducia e mi permette di fare la differenza ogni giorno, ovvero Rodolphe Payen e Rhum Marie Louise, per il quale marchio mi occupo di tutta la catena produttiva (fermentazione, distillazione, preparazione delle cuvées, messa in maturazione, blending), e Alexandre Aubery di Gin Oberi, per il quale seguo la parte di formulazione e distillazione dei Gin e delle Acqueviti, anche se i primi passi li ho mossi con Père Labat e Reimonenq, per piccoli lavori, per il blending e per le analisi. Questi stessi primi piccoli lavori mi hanno fatto capire quale era il mio potenziale in una terra dove si guardano poco o molto poco gli esiti di una fermentazione, che per me è il core del processo, insieme alla materia prima di qualità, e dove non si sanno leggere analisi e risultati in prospettiva, ma si ha sempre bisogno di supporti esterni. In Italia ho collaborato e aiutato i primi passi di Alma, in Sicilia, e collaboro tutt’ora al progetto Esperia Rum, per il quale ho impostato la catena produttiva, a partire dalla materia prima. In Albania collaboro con Melesin Distillery, per la produzione di Gin e Acqueviti.
Da quanto tempo lavori nel settore del rum?
Da 10 anni, di cui gli ultimi quasi cinque con la mia azienda “Cœur De Chauffe”, dedicata alla consulenza enologica, di distillazione, maturazione e miscelazione per aziende produttrici di alcolici.
Quando e come hai iniziato a lavorare in questo settore?
Ho iniziato più di 15 anni fa con il vino (Sommelier Fisar e poi Master in Viticoltura ed Enologia), sapendo che vino e alcolici erano una tradizione di famiglia. Ho viaggiato principalmente nei paesi produttori di rum e mi sono innamorata della canna da zucchero. È lì che ho iniziato i miei studi per specializzarmi nel settore degli alcolici e della distillazione (ho tre diplomi, tutti conseguiti a Londra, WSET e CIBD, e continuo a studiare e a essere attiva presso quest’ultima organizzazione, il che è una risorsa fondamentale per il mio lavoro. Sono molto attenti al coinvolgimento sociale dei membri attraverso numerose iniziative di formazione continua e borse di studio. Questo mi ha spinto a lasciare un lavoro sicuro e ben pagato per dedicarmi al lavoro della mia vita, un lavoro che prima prevedeva solo fine settimana, vacanze e periodi di riposo: così ho fatto il grande passo e ho fondato Coeur De Chauffe, che si riflette in un blog in cui scrivo di rum e vini. Ho fatto il mio primo viaggio di lavoro per presentarmi e lasciare le mie referenze in un luogo che conoscevo bene: la Guadalupa. I miei primi clienti sono state le distillerie Père Labat e Reimonenq.
Sei stata accettata facilmente dai tuoi colleghi maschi?
Non all’inizio: tendo a essere timida e so di essere carina, quindi vengo spesso sminuita, considerata troppo distante o troppo accessibile. Cerco di anteporre a tutto la mia gentilezza, la mia competenza e la concretezza. In Guadalupa, dove lavoro per la maggior parte dell’anno, ho sempre superato questo ostacolo, al punto da guadagnarmi il rispetto dei miei colleghi maschi. Inoltre, capiscono subito che il mio ambiente non è tanto sotto i riflettori, quanto la distilleria, che lavoro aiutando gli altri e che apprezzo lo spirito collaborativo. In Italia purtroppo ho avuto pochissime occasioni di dimostrare il mio valore, ma chi ha lavorato con me conosce la qualità del mio lavoro.
Quando hai iniziato, c’erano molte donne nel settore del rum?
Alcune, tra cui una cara amica e mentore, Virginie Pouppeville, nel campo del rhum agricole, così come altre (di più, però) nel mondo del rum inglese e spagnolo. In genere poco conosciute e molto discrete, ad eccezione di quelle “molto famose”, come Joey Spence, ad esempio. In Italia, a parte chi si occupa, nel mondo dei distillati, della parte giornalistica, formativa e commerciale, conosco solo due persone, che sono entrambe coinvolte in un progetto familiare di produzione di rum, Annalisa Spadaro, di Alma Distilleria, e Sarah Di Mattia, di Berolà Rum.
Ce ne sono di più oggi?
Direi che sono state messe in risalto, ma sì, penso che nel mondo ce ne siano di più: molte figure sono fonte di ispirazione per le nuove generazioni. In Italia, purtroppo, ancora troppo poche nei ruoli organizzativi e nei ruoli tecnici.
Che tipo di lavoro ricoprono le donne?
Oggi, nel mondo del rum in generale, molte donne ricoprono posizioni organizzative, amministrative, di formazione e di ambasciatrici; poche ricoprono posizioni dirigenziali e ancora meno posizioni tecniche, come nel mio caso. In Guadalupa, la situazione è esattamente questa per il rhum agricole. In Italia, come detto, siamo ancora al nastro di partenza
Pensa che le donne ricoprano davvero posizioni di potere nell’industria del rum?
Alcune (molto, molto poche) lo fanno, ma raramente nel mondo del rhum agricole, che è piccolo e molto ancorato alla tradizione.

Cosa si potrebbe fare di meglio per incoraggiare le donne a intraprendere una carriera nell’industria del rum?
I modelli positivi e autentici di donne di valore messi in evidenza, le opportunità di formazione (anche grazie a sussidi finanziari e borse di studio: io ho pagato tutti i miei studi da sola con difficoltà, ma voglio sempre dare il meglio di me per i miei clienti e il mio lavoro, quindi per le piccole imprese come la mia la formazione e il supporto per le attrezzature sono molto importanti) e, infine, le opportunità di carriera offerte da distillerie e imprenditori, così come la creazione all’interno delle aziende del desiderio di avere l’opportunità di lavorare con donne inventive, creative, tecnicamente qualificate e intraprendenti, faranno la differenza, così come, in definitiva, essere pagate quanto i colleghi uomini per le stesse funzioni.
Hai mai incontrato comportamenti sessisti e/o aggressioni sul lavoro e in viaggio?
Direi di no, non proprio sessisti nei miei confronti (parole, atteggiamenti), ma comportamenti più degradanti e che mi mettono in una posizione difficile: questi sono all’ordine del giorno.
Esiste un modo “femminile” di produrre rum?
Sì, esiste. Esiste, e lo dimostriamo ogni giorno: ogni donna ha una capacità sensoriale molto più sviluppata rispetto ai suoi colleghi uomini, oltre a una memoria olfattiva e gustativa altrettanto notevole. Per me, questo si riflette nel lavoro di creazione delle annate di cui sono responsabile. Oltre a questa capacità, che innesca soglie sensoriali molto precise, creatività e sensibilità sono fondamentali, dalla materia prima alla sua trasformazione, e qui includo fermentazione, distillazione, maturazione e blending. Le donne sono naturalmente capaci di comprendere a fondo la natura di una materia e la sua evoluzione: credo profondamente in questo potere sconosciuto e meraviglioso. Diamo alla luce creature e le nutriamo con i nostri gesti tecnici o sociali, componiamo sinfonie per cullarle e infine, quando nascono, siamo orgogliose della loro esistenza. Per me, l’atto creativo è il momento più bello del lavoro, anche se sono sudata e sporca, o se sono in piedi da ore.
Perché pensi che meno donne rispetto agli uomini apprezzino degustare il rum?
Le donne che apprezzano i superalcolici sono in minore numero in generale a causa di un retaggio secolare che ci ha relegate a contesti domestici o comportamenti sociali considerati “più appropriati” per le donne. Nonostante tutto, apprezzare un buon bicchiere di rum o whisky è un fenomeno relativamente recente per noi, e il rum è probabilmente più arretrato rispetto ad altri distillati tra le donne (ha la tradizione di essere un distillato grezzo e associato al consumo “nei peggiori bar di Caracas”, come recita una vecchia pubblicità). Ma questo non ci impedisce di essere sempre più rappresentate tra le appassionate e le esperte di rum oggi, ad esempio tra le degustatrici, le giornaliste e le bartenders, nelle competizioni più famose, nelle degustazioni professionali o nel ruolo di blender di rum, dove l’aver sviluppato una conoscenza approfondita attraverso l’apprezzamento e la degustazione, unita a una buona tecnica, arricchisce le nostre competenze di ancora maggiore precisione.
Come convincere le donne a dare una possibilità al rum?
Ho due o tre buoni consigli a riguardo: innanzitutto, recatevi nelle terre del rum e vivete l’esperienza di visitare le distillerie e gustare sul luogo di nascita del rhum: sono paesi intrisi di cultura e storia dello zucchero, e visitarli vi fa capire che il rum è uno dei distillati più ricchi di tradizioni e curiosità storiche, di legami con le cucine locali e di modalità di consumo eterogenee: viaggiare nei paesi del rum è un rito di passaggio importante, che in genere riesce a conquistare molti adepti. Il secondo consiglio è più semplice, perché si può viaggiare rimanendo nello stesso posto: in quasi ogni città fioriscono numerosi cocktail bar specializzati in rum, spesso gestiti da persone, uomini e donne, davvero appassionate, capaci di comunicare in modo efficace e poliedrico le possibilità di consumo del rum attraverso un cocktail, e allo stesso tempo di entusiasmare per i primi assaggi del puro distillato. Poi, se la fiamma dell’interesse si accende, può essere alimentata partecipando a club di degustazione, che spesso offrono anche formazione, organizzano viaggi, ecc. Personalmente, ho iniziato a frequentare da una decina di anni Whisky Club Italia, che mi ha permesso di approfondire molto conoscenze tecniche, legami con l’industry e amicizie, oltre ad organizzare viaggi ed esperienze uniche che permettono di scoprire, plasmare il proprio palato e il proprio gusto, senza spendere una fortuna: ora li aiuto nella formazione delle nostre “nuove leve”. Così ho chiuso il cerchio e mi rendo utile ogni giorno a chi si avvicina al distillato più romantico al mondo.
