Rumrunner in Gwada, Gennaio 2019 – parte I

Guadeloupe Grande Terre e Basse Terre

In anticipo rispetto agli altri anni, eccomi in partenza, in questo Gennaio uggioso, per Guadalupa, l’isola a forma di farfalla. Avrei voluto poter fare il viaggio più tardi, conscia che forse la canna da zucchero, con questo clima ormai pazzo ed instabile, potrebbe non essere ancora pronta, ma dopo aver passato l’estate al lavoro, ed aver trovato i biglietti ad un prezzo irrinunciabile, sono partita. Tra l’altro, come da copione, dopo un anno di stress, qualche giorno dopo l’arrivo in Guadalupa avevo la febbre, superata a suon di grog, da buon pirata, ma gli appuntamenti già presi con le distillerie mi hanno moltiplicato le forze: eccomi già al primo giorno di permanenza su Sainte Anne, diretta verso Le Moule, per una visita al colosso di Guadalupa, la distilleria Damoiseau, unica distilleria sull’ala destra della farfalla, Grande Terre, suolo calcareo, sottosuolo estremamente povero d’acqua, ed attorno una vegetazione molto diversa da quella di Basse Terre, eppure molto rigogliosa. Il suolo arido è un atout per la buona riuscita delle coltivazioni di canna da zucchero: la canna è un organismo che ha estrema necessità di essere stressato per raggiungere un grado zuccherino ideale per la produzione di rhum.

La strada per la distilleria è piuttosto agevole, ed arrivo velocemente. Campi di canna da zucchero mi circondano: è mattino presto ma il sole è già alto. In distilleria, in assenza di Jonathan Damoiseau, mi accoglierà Dimitri, suo fratello, che, tuttavia, è impegnato in varie attività, quindi la mia visita si svolge piuttosto in solitaria. L’ingresso è ben visibile dalla strada principale: un arco con la grande scritta Damoiseau accoglie i visitatori su di un bel cortile coltivato a prato verde, in cui campeggia una enorme riproduzione di una bottiglia del loro rhum blanc.

Appena scostato, subito a destra, lo shop con prodotti Damoiseau, rhum, merchandising e verrerie, è già ben popolato, nonostante sia molto presto. Mi avvio per il vialetto che conduce all’impianto di distillazione, lungo il quale sono esposti antichi macchinari, ottima introduzione per visitatori esperti e meno. La distilleria dall’esterno ha un aspetto imponente e moderno, nonostante proprio davanti campeggi, in bella mostra, accanto al nastro traportatore per la canna da zucchero, la vecchia machine à vapeur, tutta colorata e ben oliata, pronta per i futuri raccolti. Gli operai sono intenti alla manutenzione, necessaria prima della partenza della stagione, e tra loro mi viene incontro Dimitri, che mi fa una rapida panoramica dell’impianto, recentemente rinnovato con altre colonne di distillazione (ne conto ben 5, di grande dimensione, oltre ad una dozzina di grandi cuve di fermentazione, guardando dall’alto di una piattaforma, dalla quale si gode una vista magnifica sui campi circostanti e sulla distilleria). Sono colonne dalla grande portata, non a caso Damoiseau distribuisce più di 2 milioni di litri, di cui il 75% in Guadeloupe e nei Caraibi, attestandosi come leader sia in questi mercati che in Francia, dove è il rhum agricolo più consumato. Dimitri mi dice che, purtroppo, essendo sabato, non sarà possibile visitare gli chais d’invecchiamento, e questo mi lascia un po’ contrariata. Vorrà dire che tornerò appena possibile in settimana.

La distilleria, come molti impianti ormai in Guadalupa, recupera completamente lo scarto ligneo e fibroso della canna da zucchero, la bagasse, per produrre energia e far funzionare la macchina a vapore. Mi accomiato dal gentilissimo Dimitri, e perlustro un po’ i dintorni: Damoiseau è un colosso, soprattutto rispetto alle altre distillerie visitate nei miei viaggi, e si percepisce come, oltre al contenuto, l’immagine sia fondamentale, e l’impatto sul visitatore sia determinante da ricercare.

Tornando verso l’auto, mi fermo al banco degustazione per un petit décollage a base del loro blanc a 50% ABV, sempre un must, da solo ed in t-punch. Purtroppo la degustazione, nonostante il rhum bianco, è un po’ povera, e rivolta soprattutto a turisti poco esperti, con i vari rum aromatizzati e solo un VO tra gli invecchiati, anch’essi di solito buon cavallo di battaglia di Damoiseau.

Dopo questa prima uscita che, in effetti, mi ha lasciato un po’ di “fame”, sia per la visita incompleta che per la degustazione tutto sommato scarna, non vedo l’ora di passare alla prossima: il giorno dopo, domenica, so che in mattinata il Domaine de Sainte Marie, patria di Longueteau e Karukera, riceve le visite senza appuntamento, e, sapendo che l’indomani sarei partita per Marie Galante, ed avrei avuto il lunedì già da tempo impegnato per Bologne, mi sono rimessa in strada.

Per arrivare al Domaine, da Grande Terre dove sono, ho circa una quarantina di minuti di strada, nei quali passo da un’ala all’altra dell’isola-farfalla, e davanti a me compaiono, oltre ai campi sterminati di canna da zucchero, anche grandi piantagioni di banane: al centro, come un vecchio baluardo stanco, la Soufrière sorveglia il nastro d’asfalto nero che taglia il verde, con la sua cima ammantata di nuvole.

Eccomi giunta al bivio, dove un panneau mi indica chiaramente la direzione per la distilleria: eh sì, la distilleria è una soltanto, e produce rhum per Longueteau e Karukera. La proprietà è di Longueteau: attorno tantissima canna da zucchero, a perdita d’occhio, riconosco canne rouge soprattutto, una varietà antica che è molto coltivata in Guadalupa e Marie Galante, con risultati diversi, molto duttile, carica di sentori di frutta tropicale, spezie e dolcezza erbacea.

La distilleria è in fondo ad una stradina sterrata: parcheggio nel cortile dell’edificio adibito allo shop e ad una parte dello chais di invecchiamento di Karukera. Proseguo a piedi, l’acquazzone della notte prima ha lasciato un po’ di fango, ma la strada per la distilleria è in realtà un bellissimo sentiero che si apre nel cuore dei campi di canne rouge. Sul fondo, una piccola ciminiera e, più sotto, la L corsiva di Longueteau che campeggia sulla parete un po’ scrostata, dal fascino decisamente rurale e d’antan. Dentro, in bella mostra, una vecchia machine à vapeur e sei cuve di fermentazione di cui tre attive, con un liquido biondo e viscoso in fase di fermentazione, ed un magnifico profumo che mi avvolge, mieloso, vegetale, fresco e pungente. La distilleria è piccola e si può girare un po’ ovunque senza problemi. Faccio qualche fotografia, e mi spiegano che, essendo domenica, sarà difficile visitare lo chais d’invecchiamento di Longueteau, mentre mi spiegano che Karukera ha un magnifico chais nell’edificio dello shop, quasi completamente a vista: uscita dalla distilleria, torno sui miei passi, per godermi la degustazione e lo chais: mi accoglie un addetto che, fortunatamente, essendo quasi mezzogiorno, e non essendoci più nessuno in negozio, mi dedica tutta la sua attenzione. Il banco degustazione è molto ricco e completo: mi concentro sui prodotti nuovi, sia di Longueteau che di Karukera, ma non rinuncio ad un assaggio del parcellare di Canne Rouge, ormai raro, la Parcelle N. 9, che ho sempre amato. Mi spiega che l’altro parcellare di Canne Bleue, il n. 4, non viene più prodotto, purtroppo. Degusto anche il nuovo bianco Constellation, dedicato al 40esimo anniversario della Route du Rhum, traversata nautica dalla Bretagna alla Guadalupa: è canne rouge, dal naso inconfondibile di agrumi polposi e dall’attacco fresco e vivo in bocca, molto lungo e sapido. Sarà uno dei rhum che porterò con me, molto immediato e beverino, nonostante i 57,5%: lo immagino abbinato al succo dei piccoli limoni verdi locali od in un cocktail semplice, come un daiquiri. L’edizione è limitata a 480 esemplari. Essendo uscita anche l’altra tiratura limitata (5000 pezzi), Genesys, il loro brut de colonne, stavolta nella versione ambré, batch 2016, approfitto anche di questa novità: la bottiglia è completamente opaca, di colore nero (nella edizione precedente era bianca), con ricami fucsia, molto d’impatto, ed il contenuto è un poderoso jus de foudre a 72.3%, che mantiene vitali i toni agrumati della canne rouge, e li arrotonda con un tocco di caramello salato molto piacevole. Il finale leggermente balsamico è lunghissimo e sui toni della scorza di arancia e della foglia di menta. Uno dei prodotti “immagine” di Longueteau, da degustare a piccolissimi sorsi, o in un originale punch, che anche stavolta sarà destinato al successo. Esploro anche la gamma da degustazione, Harmonie, uscita da qualche mese e nata per essere apprezzata con cioccolato o sigari, in un momento di détente: è composta da tre rhum, Prélude, Symphonie e Concerto, ripettivamente un ambré, un vieux e un très vieux, dei quali apprezzo particolarmente il primo, dal naso molto orientale di thé nero e spezie, e dal palato dolce e gourmand di marmellata di guava e pastafrolla, ed ancora una lunga nota retrolfattiva di foglie di thé. Per quanto riguarda la gamma Karukera, mi dedico al nuovo Intense, canne bleue, come sempre una conferma, ed al nuovissimo vieux invecchiato in bourbon charred barrels, il Black Edition Alligator, trionfo di terziari scuri e profondi come cacao, caffè, caramello cristallizzato, liquirizia. In esposizione, nel negozio, innumerevoli edizioni limitate sia Longueteau (la famose carafe 120 ans, rhum Hors D’Age in 500 esemplari) che Karukera (la cuvée Cristophe Colombe ed il fut 66 selezionato da Gargano per i 70 anni Velier).

Una visita tranquilla, purtroppo senza aver potuto incrociare François Longueteau, ed una degustazione più che soddisfacente. Esco portando con me una ottima impressione e qualche chicca per l’Italia, e faccio ritorno a Sainte Anne. L’indomani mi aspetta l’ultima visita sull’isola farfalla, prima di partire per Marie Galante, una visita molto attesa: quella alla distilleria Bologne.

Bologne è una delle bandiere del rum in Guadalupa, e sicuramente uno dei domaine più antichi: sembra la sua storia risalga al 1654, epoca in cui gli olandesi, venuti dal Brasile, fondarono le prime habitation sucrières, all’inizio della colonizzazione [Lafleur, G. (1995) La distillerie Bologne. Du sucre au rhum. Bulletin de la Société d’Histoire de la Guadeloupe, (103), 75–110].

La storia di Bologne è legata indissolubilmente a quella di Amé Noel, eccezionale figura di nero libero e possidente di Guadalupa, che, dopo l’abolizione della schiavitù, nel 1848, fu costretto ad adattarsi e reinventarsi, prima di tutto vendendo una parcella del suo possedimento, che conteneva la fabbrica di zucchero, e poi rinunciando a tutti i diritti in favore di una società gestita da Le Dentu che trasformò il domaine in una centrale zuccheriera, visto il corso d’acqua che lo attraversa, ma continuando nel contempo a seguire l’evoluzione generale di quell’industria, anch’essa ovviamente registrò la grande flessione della fine dell’800, momento in cui la produzione di zucchero ivi cessò, ed i proprietari, al fine di mantenere una redditività sufficiente, continuarono solo quella di rhum agricole: siamo nel 1887, ed una stele di pietra, nel giardino retrostante la distilleria, ce lo ricorda. Bologne coltiva e continua oggi il passato industriale inaugurato da Amé Noel, ed è stata uno dei motori dello sviluppo della regione di Guadalupa, dopo le crisi economiche ed ambientali dal primo novecento in poi.

Oggi il domaine è gestito dalla splendida famiglia Perrone, ed è in una fase della sua storia completamente nuova e diversa rispetto ad un passato nel quale la distilleria era conosciuta soprattutto per il suo rum bianco, base del t-punch guadalupense più tipico. In questo team, la sapiente direzione di François Monroux, si coniuga perfettamente con le grandi doti tecniche e con l’intuito dell’enologo Frederic David e con un reparto marketing attivo e cordiale guidato dal sorriso smagliante di Lydia Loimon.

L’accoglienza di Bologne è un enorme biglietto da visita: si rendono tutti disponibili ad esser presenti per il mio arrivo, nonostante il poco tempo a disposizione, la mattinata del lunedì prima della mia partenza per Marie-Galante.

È una giornata di sole pieno e brillante su Basse Terre: il verde delle palme, dei bananeti e dei campi di canne à sucre mi guidano al Domaine, sorvegliato dall’arcigna Soufrière, e con lo sguardo rivolto alle scaglie blu profondo dell’Oceano Atlantico: il profumo di alghe e sale arriva sino alla distilleria, posta su una porzione della collina che precede il vulcano.

“Mamma Bologne” mi si presenta in una luce tutta nuova: è il momento della manutenzione pre-campagna di raccolta, e scopro che ogni anno qui si smonta tutto, ma proprio tutto, anche le colonne di distillazione, e si pulisce pezzo per pezzo ogni macchinario alla perfezione. C’è davvero aria di rinnovamento dovunque: sono sorti nuovi edifici con impianti per il recupero degli scarti della lavorazione della canna, un nuovo sito d’imbottigliamento e packaging, un nuovo magazzino di stoccaggio. Investimenti a lungo termine che significano certamente progetti di ampio respiro.

L’area di accesso alla boutique è meravigliosamente circondata da un giardino tropicale dove scorre un fiumiciattolo, e la boutique stessa è una cabane in stile creolo dai colori vivaci e caldi, che trasmette allegria al visitatore: all’interno il personale è impegnato all’accoglienza dei visitatori ed alla illustrazione dei prodotti sul grande banco d’assaggio che campeggia in fondo alla sala: a destra, una vetrata corre lungo il lato e ci offre la vista su un magnifico chais d’invecchiamento, in cui riposano botti di varie dimensioni.

Mi viene incontro l’enologo, Frederic, che mi dà il benvenuto e mi lascia nelle mani del Direttore Generale, François: inizia il mio tour di tutto il domaine, sul fuoristrada aziendale, non prima di aver visitato il cuore della distilleria e dato il buongiorno a tutti gli operai intenti a pulizia e manutenzione: il fulcro della produzione sono due magnifiche colonne, una colonna créole, chiamata “Gilbert”, ed una più grande colonna Savalle. Con la piccola créole si producono i famosi bianchi, soprattutto un parcellare che adoro, di pura canne noire, “La Coulisse”, ed il Black Cane. Terminato il giro interno, saltiamo sul 4×4 alla scoperta della piantagione, che si estende fin sotto il cono della Soufrière, ed ha la fortuna, oltre a svilupparsi su suolo vulcanico, di essere attraversata da un bel corso d’acqua che garantisce il fabbisogno necessario alle operazioni di brouillage e di pulizia alla distilleria. Bologne da tempo ha deciso per una gestione “parcellare” del suo domaine, dove si coltivano varie tipologie di canna da zucchero tra cui la regina è appunto la Canne Noire, una varietà che, come la Canne Grise, era inizialmente coltivata su Barbados, e poi è stata esportata qui. Una particolare parcella con esposizione al tramonto e sita ai piedi della Soufrière è la parcella detta “coulisse” proprio a causa del corso d’acqua che la attraversa: François mi conduce fin sotto il corso d’acqua e passiamo con la jeep proprio accanto alla parcella, dove la canna sta crescendo bene ma ancora non è pronta per la raccolta: il corso d’acqua è di portata notevole, sembra un fiumiciattolo delle nostre Alpi, l’acqua è fresca e pulita. Proseguiamo, tra pendenze notevoli e terreni accidentati, dove solo i planteur si avventurano per tagliare, ed arriviamo all’ultima parcella, coltivata completamente in biologico, con utilizzo della lotta integrata per scongiurare parassiti ed erbacce. Da qui si gode una vista eccezionale sulla Soufrière e sul mare: gli appezzamenti sono perfettamente esposti ad Ovest, con la brezza marina a mitigare le temperature elevate, e godono di un terreno cui il vulcano conferisce una eccezionale mineralità. Tornati alla base, ringrazio François per questo avventuroso tour e per avermi dedicato la sua mattinata, e vengo rapita da Fred per qualche degustazione “sottobanco” nel suo laboratorio personale, dove nascono tutte le nuove creature che verranno immesse sul mercato: si sta preparando in particolare l’uscita di un nuovo “brut de colonne” che verrà lanciato al Rhum Fest di Parigi, sempre di canne noire: i sample che assaggiamo sono tutti attorno ai 72% ABV, ancora giovani e bisognosi di riposo, ma la traccia minerale ed oleosa, ed il carattere balsamico e fumé della canne noire emergono potentemente, con una grande schiettezza e personalità. Qualcosa di buono si sta preparando, sotto la guida e l’esperienza di Fred, che in questi ultimi anni ha letteralmente rinnovato il volto di Bologne.

Da ultimo, visito lo chais, che avevo intravisto all’inizio: è un locale moderno, dall’atmosfera controllata, dove stazionano grandi Foudres da 4000 lt, e varie tipologie di botti, delle quali la maggior parte sono ex-Cognac, da 350 lt., e solo alcune ex bourbon: l’invecchiamento in queste botti conferisce ai rhum vieux Bologne gradevoli note di frutta a polpa bianca e gialla, ed una speziatura leggera, bordata da un tannino gallico decisamente docile, che li rende prodotti di grande finezza e distinzione.

Ne approfitto per qualche fotografia, e per acquistare un paio di rhum che porterò in Italia, e mi accommiato, grata, da questa grande famiglia, che mi ha stupito per l’accoglienza cordiale ed immediata, e per la passione con la quale sta facendo uscire il nome Bologne dal limbo di una semplice distilleria di rhum bianco, per renderla, anno dopo anno, una delle migliori promesse di Guadalupa.

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