My Name Is Whisky… Intervista a Giorgio D’Ambrosio, 4 Aprile 2019

“…con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore”

U. Saba

Entro al Bar Metro in un pomeriggio di pioggia, uno di quei momenti in cui Milano sembra senza tempo, il riflesso perfetto della sua anima grigioperla-elegantemente distaccata, ma, nell’intimo, così popolare: il bar, questo luogo che ben rappresenta la milanesità ed i milanesi, si apre su un panorama che tutto sommato non ha cambiato troppo la sua fisionomia durante gli anni, un crocevia di gente e quartieri, Piazza De Angeli, pur se completamente diverso dalla fotografia che il mio immaginario (e qualche articolo) avevano costruito. Entro, un po’ sulle mie, sono una sconosciuta qui: sarà questo il posto dove tra meno di mezz’ora incontrerò il papà italiano del Whisky? In effetti questo è stato per anni il SUO bar, il luogo che ha ospitato i suoi sogni e la passione per una materia completamente nuova in Italia, quella del distillato scozzese per eccellenza, oltre alla sua incredibile collezione di bottiglie, alcune rare, altre uniche, mentre ora mi trovo in un bar moderno, con un lucidissimo bancone che occupa gran parte della sala stretta e lunga, tavolini d’acciaio, colori al neon, tanto verde, nessuna bottiglia “di pregio”: chiedo ai gestori, e mi confermano che sì, il Bar Metro è proprio questo, ma che non vedono più Giorgio (D’Ambrosio) da un po’, in verità, dopo che ha venduto il suo locale, e che ora è tutto molto diverso da com’era in precedenza. Mi siedo, chiedo un bicchier d’acqua, gli invio un piccolo messaggio e lo aspetto, guardandomi attorno, ancora cercando tracce di una vita passata. I due ragazzi dietro al bancone sono gentili, ed alla fine mi convincono a prender qualcosa in più per ingannare l’attesa. Mi faccio preparare un old-fashioned, che giunge al mio tavolo con troppo ghiaccio e senza ciliegina, ahimè, ma serve a propiziare l’arrivo del mio ospite, che, dopo dieci minuti, fa capolino, scusandosi per avermi fatto attendere: avrei atteso una vita, gli volevo dire, ma alla fine riesco solo a ringraziarlo e sorridere, ipnotizzata dal garbo e dallo sguardo limpido di questo signore che, tra le altre cose, mi ha ricevuto per la mia piccola intervista senza nemmeno conoscermi, se non per la parola di un amico, ed ha gli occhi azzurri come il cielo di Islay quando non c’è una nuvola.

E pure, voci di corridoio e leggende metropolitane lo descrivono come un burbero, uno che odia le ingiustizie e le cialtronerie, uno che non la manda a dire, e, se serve, tira ceffoni: un burbero appassionato, però, gran lavoratore, figlio di gente umile ed operaia, lui stesso falegname da ragazzo, un “disertore della vanga”, così si descrive. Uno che, quando rilevò il bar, negli anni sessanta (ancora era in nuce l’epoca della “Milano da bere”) non amava l’idea di fare il barista, ma il suo mestiere imparò a farlo molto bene, con coscienza, presto guadagnandosi una clientela affezionata, fino a che, quello stesso bar, chiamato “Bar Metro”, divenne una vera e propria wunderkammer, la più grande collezione di Scotch Whisky in Italia.

Mi racconta che il suo amore per il distillato nacque pian piano, con un dram di Macallan per la precisione: è un sentimento che ancor oggi gli fa brillare gli occhi, mentre parla dei suoi primi viaggi, a fine anni 60, in un’epoca in cui, in Italia, la gente non beveva single malt ma blended whisky (Ballantynes etc), e l’era del Whisky Giapponese era ancora lontanissima. I primi Whisky acquistati ed i primi viaggi sono stati in realtà una sorta di palestra che ha formato il suo gusto ineccepibile ed il suo “sesto senso” per il Whisky giusto, che lo rese la prima vera figura di esperto in Italia.

La sua Scozia, quella che visse in quegli anni, era ancora un paradiso intatto nel quale ogni distilleria accoglieva a braccia aperte chi fosse desideroso di acquistare barili da imbottigliare: Giorgio ed altri temerari, tra cui Rino Mainardi e Silvano Samaroli, due nomi entrati anch’essi, di diritto, nella storia del Whisky, viaggiavano a caccia di meraviglie, bussando ad ogni porta ed assaggiando da più botti possibile, per cercare ciò che li convinceva.

Furono loro che, dagli anni ’60, cominciarono ad indirizzare il nuovo mercato in Italia: quello dei single malt, e che resero il nostro paese, con orgoglio, la patria dei primi selezionatori ed imbottigliatori indipendenti di Whisky scozzese, iniziando, nello stesso momento, l’era del collezionismo privato, che, mi spiega Giorgio, oggi è diventato un po’ una sorta di mercato al rialzo, slegato dalla vera passione: molti collezionisti di oggi nemmeno gustano ciò che usano come moneta di scambio, e questo è un gran peccato per la diffusione della cultura del Whisky e per il suo vero apprezzamento.

La Scozia, per Giorgio, rappresenta ben più della terra dei single malts: mi confessa che ha sempre ammirato l’orgoglio e l’attaccamento alle proprie radici culturali del popolo scozzese, ideali che spesso, nella nostra Italia, sono poco considerati e messi in secondo piano: la forza di quegli ideali è per lui riflessa perfettamente nel loro distillato simbolo. Ogni Whisky che ha amato gli parla di quei prati infiniti di un verde surreale, di quella gente rustica e tranquilla, dei villaggi dai tetti scuri e dai muri bianchi, dei kiln, delle torbiere e delle distillerie, del mare limpido e del tempo mutevole. Innumerevoli sono stati i suoi viaggi, forse 50, forse di più, come innumerevoli le botti selezionate ed imbottigliate per il mercato italiano sotto le sue principali etichette: GDA (con logo a forma di bicchiere di Martini), Bar Metro, Sestante, oltre ad edizioni limitate o uniche, tutte di incredibile gusto e pregio, provenienti dalle distillerie di tutta la Scozia, alcune con nomi che nemmeno conoscevo, come ad esempio Mosstowie o Glen Garioch.

A proposito di rivoluzioni culturali, se oggi beviamo whisky torbati, è sempre merito suo: ricorda ancora quando fece assaggiare il primo torbato ai clienti del suo Bar Metro, ignari. Alcuni di loro pensarono che il Whisky fosse andato a male, e, in generale, non piacque immediatamente, ma, a poco a poco, si creò un solido gruppo di estimatori, che crebbe sempre di più, intorno al Bar di Giorgio.

Mentre parliamo, ordina un Negroni, il suo aperitivo, e controlla che venga preparato secondo la sua ricetta, con il Vermouth Antica Formula nel cuore del blender: è uno preciso, le cose le vuol ben fatte o nulla, ma, dietro la precisione, ogni volta che racconta di una delle sue storie di Whisky ed avventure scozzesi, gli occhi gli brillano e s’infervora la voce, mentre mi racconta, ad esempio, che per acquistare dei barili di Bruichladdich 18yo, distilleria cui è molto legato perché tempo fa era guidata dal suo grande amico Jim McEwan, si trovò costretto, in una sorta di bundle obbligato, a comprare anche i barili di 16 e 17yo, ad una cifra davvero elevata, per la quale dovette chiedere addirittura un prestito in banca: naturalmente in Italia non era cosa consueta chiedere prestiti per acquistare barili di single malt, ma la banca gli concesse fiducia, ed alla fine l’acquisto si rivelò un ottimo affare.

A proposito di Jim McEwan, mi narra che sono amici per la pelle, quasi fratelli: nonostante Giorgio non parli un inglese fluente, è la passione per il Whisky che li fa intendere a meraviglia, fin da quando, in visita presso la famosa “cave” sotterranea del Bar Metro, nella quale Giorgio custodiva la sua preziosa collezione, Jim, affascinato, decise di trattenersi a “parlare” di malti, perdendo un volo, e poi un altro. 

Jim abita ancora in una casetta con le finestre azzurre, accanto alla distilleria Bruichladdich, su Islay: non si vedono spesso, ma sono molto legati.

Oggi, il tesoretto di Giorgio, quella immensa collezione che si dice contasse più di 13.000 etichette, è stata venduta quasi totalmente ad un altro grande nome del Whisky italiano, Max Righi, di Whisky Antique, figura che rappresenta un po’ il trait d’union tra quei primi pionieri e l’epoca moderna: certo, qualche bottiglia Giorgio l’ha tenuta per se’, soprattutto quelle a cui è legato sentimentalmente, o qualche pezzo unico, come il Bowmore Jim Clark 30 anni, imbottigliamento nato in un solo esemplare, per celebrare il trentesimo anniversario del campionato di Formula 1 vinto dal pilota scozzese. Giorgio riuscì ad acquisirla direttamente dal Jim Clark Museum, che svendeva cimeli per evitarsi la bancarotta.

Parlare della sua amicizia con Jim e della sua collezione lo rende sentimentale, mi dice, e, scusandosi, esce per una sigaretta: lo seguo, ed alla fine fa fumare anche me, questo burbero dal cuore d’oro, così non interrompiamo il racconto. Mi rivela che addirittura è stato ad un passo dall’acquisto di una vera distilleria, una delle sue favorite, Ardbeg, con altri amici-soci, ma l’operazione non è riuscita, ahimè, per un inghippo finanziario, e questo fu un episodio che gli lasciò un po’ di amaro in bocca, ma non gli tolse il coraggio di continuare ad amarne i prodotti, e di seguirne il destino.

Il Bar Metro resta la sua creatura prediletta, e sono tante le amicizie che sono nate proprio qui, e custodisce gelosamente: è stato fortunato, mi dice, a poter trasmettere passione e competenza per tanti anni, a più generazioni, ed organizzare eventi presso il suo locale, per appassionati e neofiti, come una sorta di grande “influencer” ante litteram: ancor oggi non manca ad un Festival, ed ha sempre un minuto per fermarsi a parlare con chi, del Whisky, vuole conoscere la storia, anzi l’epopea, narrata con passione da questo Ulisse dei nostri giorni.

I tempi del Bar Metro son ormai finiti, ma i suoi racconti mi fanno immaginare d’essere anni addietro, tra pareti cariche di tesori in bottiglia, gente che chiede, curiosa, ed assaggia, circoli animati dalla voglia di condividere esperienze e scoperte interessanti, desiderosi di quelle storie narrate, che soprattutto, sono la scuola e la palestra migliori per una comunità, e sono l’anima della conoscenza: oggi c’è chi lo chiama Maestro, appellativo di cui non ama fregiarsi, ma che forse, in fondo, gli si addice. Un maestro umile e d’altri tempi, però, senza la “M” maiuscola, che spesso, ai Festival, ama passare tra le persone e chiedere se un Whisky è piaciuto, e, magari, dire la sua, senza farsi riconoscere.

Del resto, mi dice, solo conoscendo si può imparare a bere bene, perché bere è il bisogno di ogni uomo e bere bene è un privilegio, ma solo pochissimi sanno davvero come bere, perciò è necessario che la conoscenza sia quanto più possibile diffusa.

Un ultimo Negroni, questa volta a metà, e ci salutiamo come vecchi amici, mentre spiove, gli ombrelli si chiudono in Piazza De Angeli, e la Milano che lavora rientra a casa.

Un mese e qualche giorno dopo la nostra chiacchierata, ho preso lo zaino e sono partita per Islay, a cercare le storie che avevano animato quel nostro pomeriggio di Aprile: erano tutte lì ad attendermi, sotto un cielo incredibilmente terso e blu, per prati infiniti di un verde surreale, tra gente rustica e tranquilla, villaggi dai tetti scuri e dai muri bianchi, kiln, torbiere e distillerie, ed in fondo, il mare.

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