Rumrunner in Gwada Part 2 – Marie Galante

Chi mi conosce bene, sa che per me Marie Galante è una seconda casa al di là dell’oceano, e forse le cose che si amano di più sono le più difficili da descrivere.

Questa piccola isola al largo del papillon Guadeloupe, un tondeggiante pancake di calcare corallino, dal profilo gibboso e verde, circondata dalle acque turchesi più meravigliose che possiate immaginare, mi riempie gli occhi ed il cuore ogni volta che compare alla mia vista, dal finestrino del Valferry.

Il suo nome è quello di una delle caravelle di Cristoforo Colombo, che, nel 1493, attraccò sulle sue rive, nelle vicinanze dell’attuale capitale, Grand-Bourg, Granbou in lingua creola. Prima di lui era Aichi, abitata dagli Arawaks, e dopo le dominazioni di spagnoli, inglesi e francesi, l’epoca della schiavitù, dei campi di cotone, caffè e canna da zucchero, le vestigie dei suoi, si dice 100, mulini, sono ancora lì, ad osservarci lungo i sentieri percorsi dalle charrettes à boeuf che, nei mesi di raccolta della canna, disegnano un via vai di rotte centenarie verso le distillerie e lo zuccherificio… Marie Galante è, infatti, probabilmente l’ultima ile à sucre rimasta attiva in tutte le Antille: vi si produce un ottimo zucchero di tonalità rossastra, molto carico di aromi fruttati e speziati e dal forte potere dolcificante, perfetto complemento al cocktail locale, il t-punch, che qui, per tradizione mai mutata, si fa con il rhum blanc, ovviamente agricole, a 59% ABV, gradazione rimasta come orgoglio locale, nonostante le pesanti accise applicate dalla madrepatria francese a partire dagli anni ’70 per i rhum superiori a 50% ABV.

Giungere qui è come tuffarsi per un attimo nella storia del rhum, in questo angolo di paradiso dimenticato dal turismo dei grandi resort, dove una comunità rurale vive del suo zucchero, del suo rhum e dei turisti più “adattabili” ed amanti del suo coté selvaggio e popolare. E’, tra le altre cose, l’isola con la maggior densità di distillerie per km2, sono infatti ben tre, su un territorio relativamente piccolo (158 km2): Bielle, nel cuore verde dell’isola, Père Labat, sul lato caraibico di Saint Louis, e Bellevue, sul lato oceanico dopo Morne Lolo, che si dividono non meno di 3000 ha di canna da zucchero, coltivata da circa 2000 planteurs, che ancora operano taglio e legatura a mano, e trasporto a dorso di bue verso le distillerie, senza bruciare i campi dopo la raccolta.

Dopo la seconda guerra mondiale, mentre molte distillerie delle Antille chiudono i battenti, qui fumano ancora addirittura due sucréries, Grand Anse e Le Robert, e 5 distillerie di rhum agricole: Bielle, Poisson, Bellevue, Port Louis e Le Salut. Albert Godefroy a quei tempi è il gran nome del rhum a Marie Galante: è il patron della distillerie Bellevue, che vende sull’isola il rum Magalda, il più bevuto insieme al rum Totò della distilleria Le Salut. Dopo qualche anno rispetto al resto delle Antille, anche qui arriva l’inesorabile flessione della crisi: Bielle e Poisson vengono abbandonate, e nel 1959 chiude anche la sucrérie Le Robert. Dal 1975 in poi, però, inizia il rinascimento di Marie Galante, grazie a due uomini originari dell’isola che decidono di tornare, Ernest Renault e Dominique Thiery, suo nipote, con l’intento di salvare le distillerie Poisson e Bielle: nel 1988 chiudono Port Louis e Le Salut, dove c’è l’ultimo alambicco Père Labat ancora in funzione sull’isola. Si arriva così alla configurazione attuale, con la sucrérie Grande Anse, e tre distillerie: Bellevue, Poisson (successivamente Père Labat) e Bielle.

Il mio arrivo, quest’anno, è leggermente anticipato: il taglio della canna da zucchero è iniziato solo da qualche giorno, e non per tutte le parcelle: infatti solo la distilleria Père Labat sta già ricevendo canna da pressare, e funziona a buon regime, mentre Bielle e Bellevue sono ancora in attesa di partire con la campagna e sono intente ai lavori di pulizia e ristrutturazione in vista della nuova stagione produttiva.

Avendo poco tempo a mia disposizione, solo sei giorni, visito prima le distillerie Père Labat e Bellevue, per vedere quali sono le novità, ed intanto scrivo, per avere un appuntamento, a Jerome Thiery, direttore tecnico della distillerie Bielle: è tempo per una visita più approfondita, vista anche la delicata situazione in corso con il selezionatore italiano Velier, che presso Bielle aveva, dal 2005, aperto una propria micro distilleria, Rhum Rhum, operata dal Maestro Vittorio Capovilla e da Michele Lunardon, e poi, in litigation per ragioni, si suppone, primariamente commerciali, aveva dovuto sospendere le attività, lasciando in loco due magnifici Muller, le cuves di fermentazione a temperatura controllata, e circa 300 barriques in invecchiamento.

Faccio un primo sopralluogo, il giorno dopo il mio arrivo: i Muller sono ancora lì, ma nessun prodotto Rhum Rhum o Velier è in degustazione presso il banco, né in vendita allo shop. La situazione è direi delineata.

Attendo il mio appuntamento, e nei giorni successivi mi dedico alle altre due distillerie.

Visito in prima battuta Père Labat, dove ho notato già al mio arrivo un bell’andirivieni di carretti carichi di canna appena tagliata: la stagione qui è iniziata prima, un po’ in sordina, ma con canne rouge dall’aroma intenso e dalla carica zuccherina notevole.

Come sempre, la visita è un po’ “allo stato brado”, nel senso che si può liberamente esplorare la distilleria e lo chais d’invecchiamento (condiviso con Bielle), far domande al personale, e poi accedere alla degustazione, che non presenta grandissime novità, fatto salvo per la Cuvée Spéciale, un interessante vieux a 42% ABV invecchiato almeno 6 anni in fusti di bourbon, sorprendentemente poco secco, anzi fresco e fruttato (mela, soprattutto), con un bello spunto vegetale e piccante a renderlo lungo e pieno di carattere. Lo spazio antistante la distilleria sta rapidamente riempiendosi di fasci di canne da zucchero pronte da pressare, ed il moulin lavora già a buon regime. Tre delle sei cuve di fermentazione sono riempite di un liquido biondo opaco e l’odore del succo fresco di canna da zucchero è molto forte e penetrante. La piccola colonna créole, che nel 1955 ha sostituito l’antico alambicco Père Labat, lavora a pieno ritmo, sbuffando vapore dalle valvole e facendo sentire la sua voce con sibili acuti. Il personale della distilleria, pur intento alle operazioni quotidiane, è disponibile alle domande, ed al banco è anche possibile chiedere una degustazione personalizzata (non dei millesimi più costosi, ma di tutti gli altri prodotti). Prima di andarmene, fatto il pieno di foto, acquisto una Cuvée Speciale, che ho trovato un gradevole agricole ”quotidiano”.

Da due anni a questa parte, chi fosse in visita alla distilleria, si può fermare per pranzo o cena, all’ottimo ristorante di Laurent Raynaud, “La Table du Père Labat”, ad oggi uno dei migliori indirizzi dell’isola, per gustare la cucina creola, rinnovata con gusto e fantasia, accompagnata da una buona selezione di rhum.

Le mattine da Père Labat, per me, significano, immancabilmente, un pomeriggio a trovare gli amici verso Saint Louis, oppure un po’ di lettura all’ombra dei raisiniers ad Anse Canot, una meravigliosa mezzaluna di sabbia bianca, calata in uno scrigno verde di palme ed alberi ad alto fusto, che permettono, anche a chi non ama il sole come me, di trascorrere molte ore in spiaggia, e ripararsi dai raggi dopo una nuotata in quelle acque turchesi e ricche di vita sottomarina.

Il sole tramonta molto presto all’equatore, e, verso le cinque, si risale verso Capesterre dalla strada interna, passando per luoghi dove non s’incontra anima viva, ma la foresta arriva quasi ad impossessarsi dell’esile lingua d’asfalto, e le liane di alberi millenari sfiorano il tetto della vettura, mentre, lontano, l’oceano si infrange sulle rocce coralline con un rumore profondo, come se l’isola respirasse.

Da anni, ormai, alloggio alla Rose Du Brésil, sulla strada litoranea tra Petite Anse e Capesterre: pochi bungalow sparsi nella vegetazione di un rigoglioso giardino tropicale, gestiti da una gentile signora francese, Myry, divenuta una grande amica, molto in gamba ed impegnata in primo piano per le sorti di Marie Galante.

Il luogo è un vero angolo di pace, dove rifugiarsi la sera per due risate tra amici, per cucinare insieme a Myry qualcosa sorseggiando un t-punch o un planteur, ed ultimamente, dopo il disastroso passaggio di Irma e José, ristrutturato e rimodernato, per offrire ancora più comfort e tranquillità. Qui si aprono e si chiudono le giornate, la sera con il gracidio delle ranocchie che preannunciano il buio, e l’alba, che arriva presto, con mille cinguettii diversi, il suono della foresta.

Restare una settimana a Marie-Galante vuol dire sempre dedicare un po’ di tempo ai vari amici che ti aspettano: Charlie che pulisce il pesce al mercato di Capesterre, e alle otto, quando ho finito la mia corsetta, è mediamente al quarto punch, Sabine e suo marito, che gestiscono il ristorante Ti’ Sab, il nostro capitano di ventura Dominique, Rodrigue, nella sua casupola persa nelle dolci campagne di Saint Louis, con gli animali, Marie-Claude, che fa i migliori bokit di Guadalupa, e mi accoglie sempre con un sorriso bianchissimo sulla pelle d’ebano, Henry, che ci prepara la sua omelette créole e ci incanta con i magnifici concerti nel suo locale in riva al mare, dove spesso il nostro Djozz, recentemente scomparso, ha cantato per noi, ed infine Rudy, José del Touloulou, e Gino con i suoi tattoo: una grande famiglia, che ti sembra ogni volta di aver lasciato solo per qualche istante.

Con la scusa di un saluto a Djozz, che vi lavorava, la seconda visita di quest’anno è quella alla Distillerie Bellevue, il cui bianco è molto bevuto sull’isola, sia a 59% che a 50% ABV: Bellevue, che nel 1800 era uno zuccherificio, è legata alla figura di Albert Godefroy, che fino alla nouvelle vague di Bielle e Père Labat, fu il solo ad imbottigliare il suo rhum sull’isola, e rimase il proprietario di questo magnifico stabilimento, perso nei campi di canna da zucchero, tra le mornes e il mare, che vanta un mulino a vento tutt’ora funzionante, a muovere l’antica machine à vapeur del 1906, due grandi colonne créoles, e 12 cuves di fermentazione, sino al 2001, anno di acquisto da parte del gruppo La Martiniquaise: infatti nessun rhum Bellevue viene invecchiato in loco, oggi, ma nei vari magazzini della Martiniquaise distribuiti in Guadalupa e Martinica.

In degustazione, grosse novità non ce ne sono, a parte una Cuvée, la 1821, un millesimo 2012 invecchiato 6 anni in fusti di rovere francese, in tiratura limitata, che viaggia sulla gradazione tranquilla di 45% ABV, molto adatta alla degustazione: sarà il rhum vieux che accompagnerà la mia vacanza, per esser condiviso la sera con gli amici.

Saluto Djozz e lo lascio ai turisti in coda per la degustazione: uscendo da Bellevue, il paesaggio è dominato dal verde intenso dei campi di canna da zucchero, mentre, più avanti, in mezzo a quel verde, si scorgono le pale eoliche: Marie Galante che tenta il suo futuro sostenibile ed indipendente passa anche da lì.

Scendo verso Capesterre, che sonnecchia sotto il sole del pomeriggio, per salutare Marie-Claude e ordinarle qualche bokit per la serata, e cercare un po’ di frutta e verdura. E’ sempre bello rivederla: le sorride tutto il viso, quando ci incontriamo. Parliamo poco, non serve. Sta preparando gli impasti e la linea per la serata: il suo locale è un tendone, sul retro della chiesa di Capesterre, con qualche tavolo di plastica, con un menu scritto a gessetto giornalmente, secondo quanto è riuscita a trovare da cucinare, ma ho sempre mangiato divinamente e con poca spesa, le volte che mi sono concessa di “uscire a cena”.

La materia prima locale, infatti, è talmente invitante che, se ti piace cucinare, non potrai fare a meno di provare ad utilizzarla in mille modi: il pesce soprattutto, ha un costo irrisorio, aragoste comprese, ed è favoloso, così come le verdure e la frutta.

Quest’anno è stata la volta dei gratin, dei dolci al cocco ed al lime, dell’aragosta alla catalana e del risotto con verdure locali, cucinati la sera con Myry, il nostro amico e capitano di vascello Dominique e mio marito, ed accompagnati da risate e dagli immancabili t-punch in mille versioni, a base di uno dei miei blanc preferiti, il Bielle 59, probabilmente il rhum più bevuto a Marie-Galante, ed uno dei più bevuti in Guadalupa, insieme a Bologne e Longueteau.

E’ distillato nella famosa colonna Savalle di Bielle, da canne selezionate per l’elevato tenore zuccherino: esce a 75% ABV dall’alambicco, viene successivamente portato alla storica gradazione di 59% ABV, e dopo un periodo di maturazione di qualche mese, viene messo in vendita in vari formati, con un costo davvero basso per la qualità del prodotto: al mio arrivo, acquisto sempre la bottiglia da 1 lt., perché è la base migliore per i cocktail in generale, sposandosi benissimo, nella sua vitalità vegetale e agrumata, ai piccoli limoncini verdi di Marie-Galante, ed allo zucchero locale.

A proposito di Bielle, a due giorni dalla partenza, arriva finalmente la risposta di Jerome Thiery, che mi riceve l’indomani mattina alle 8.00: mattiniero, penso… Molto bene!

Per arrivare alla distillerie Bielle, si percorre una strada che diventa progressivamente più stretta ed accidentata ed arriva sino al centro dell’isola: attorno vi sono campi di canna da zucchero a perdita d’occhio, e prati con le immancabili mucche magrissime al pascolo, una razza di bovino che potrebbe tranquillamente esser confusa con gli gnu africani, e che dona una carne particolarmente gustosa, nutrendosi solo di erba dei prati. Una parte di questi animali, i grossi tori, vengono utilizzati per tirare le charrettes cariche di canna da zucchero, lavoro oneroso che svolgono per almeno 5 anni: in seguito, godono di un anno sabbatico in cui vengono fatti riposare, strigliati, massaggiati e portati spesso a fare il bagno nelle acque della baia di Saint Louis, prima di essere destinati alla macellazione.

La distilleria, di prima mattina, è già in pieno movimento: si stanno svolgendo lavori di ristrutturazione e migliorie, in vista della nuova stagione che sta per aprirsi. Jerome mi riceve puntualissimo nel suo ufficio: è molto solerte e preparato, direi anche curioso sullo scopo della mia visita, che ha un risvolto essenzialmente tecnico. Con misurata cordialità, che si trasforma via via in confidenza amichevole, Jerome mi trasmette molto bene la passione per il suo lavoro, e mi spiega per filo e per segno la storia della distilleria, i dettagli dell’attuale produzione e le ambizioni per il futuro, guidandomi per tutto il domaine e spiegandomi il funzionamento di ogni singolo macchinario.

Il nome le deriva da Jean-Pierre Bielle, che alla fine del 1700 coltivava, su quelle terre, il caffè; in seguito, a metà ottocento, il domaine si trasformò in sucrerie, per opera dei Bielle: diverse proprietà si susseguono, finché nel 1900 si inizia a distillare rhum agricole. Nel 1956 viene acquisita da Paul Rameaux, e poi lasciata in stato di semi-abbandono dopo qualche anno, fino a che, come anticipato, interviene Dominique Thiery che la rileva, nel 1975, decidendo di mantenere, nello spiazzo erboso sul retro della distilleria, a guisa di museo all’aperto, tutti i vecchi macchinari, per la gioia del pubblico di appassionati che ogni anno le rende visita. Per sua decisione, viene inoltre ristrutturata anche l’affascinante dimora coloniale posta a lato dell’usine: quanto a questa, è una moderna ed efficiente catena che funziona a pieno ritmo, per pressare canna da zucchero di ottima qualità dai circa 20 ha di proprietà, per almeno 6 mesi all’anno. Il succo fermenta in 6 cuves da 200hl, a cielo aperto, e la fermentazione, operata con lieviti scelti, ma caratterizzata ovviamente dai miceti locali, dura in media 48 ore. La distillazione si opera attraverso tre magnifiche colonne Savalle, di cui una molto recente, con condensatori in rame, messe in funzione dal vapore prodotto attraverso una caldaia alimentata a bagasse (scarto solido delle canne pressate), seguendo, anche in questo caso, un moderno concetto di sostenibilità green. Una parte della produzione è destinata ad essere imbottigliata come rhum blanc, ed una parte all’invecchiamento negli chais, di cui due (uno recentissimo, del 2017) sono accanto alla distilleria, e l’altro è condiviso con Père Labat. Gli invecchiamenti avvengono in grandi foudres da 2000 lt per l’ambré (18 mesi di invecchiamento, la seconda parte in botte), e botti ex-bourbon, ex-cognac ma anche ex-sauternes ed ex-bordeaux. Jerome, prima di visitare i due chais, mi fa salire con una scala fino in cima alla Foudre n. 1, a respirare l’aroma che ne esce: denso, vegetale, speziato e avvolgente, molto Marie-Galante, penso tra me e me. Il più vecchio chais di Bielle ha un angolo segreto, che Jerome giustamente chiama “Paradis”, a memoria dei luoghi destinati a contenere Cognac di lungo invecchiamento: in effetti anche qui ci troviamo di fronte, per i millesimi più pregiati, a bombonnes di vetro, con cartigli scritti a mano, indicanti l’annata e il grado alcolico, oltre al tipo di botte utilizzata. Jerome mi organizza una fantastica degustazione direttamente dai fut, e, tra le tante meraviglie liquide, una mi si imprime nella memoria: un sontuoso, quasi sericeo 1994 BDF, di una freschezza incredibile ancora, con la frutta tropicale messa ben in evidenza al naso ed al palato, un ampio contorno di spezie, ingentilite dal barile di bourbon, ed un classico, lunghissimo finale di mandorle e nocciole tostate. Un rhum très vieux grasso e corposo, di un equilibrio davvero sublime. Del resto, l’impronta di Bielle, tanto conosciuta per il suo blanc che, per i Marie-Galantesi, resta il migliore al mondo, è anche, e mai come oggi, sui rhum da lungo invecchiamento, che mantengono nel tempo, nonostante i presenti cambiamenti climatici, anche grazie anche alla collocazione peculiare degli chais della distilleria, ed al microclima di Marie Galante, un equilibrio, una continuità ed una tipicità che si ritrova in ben pochi altri brand alle Antille, soprattutto totalmente indipendenti, come questo.

Il nuovo chais, quasi tutto dedicato ad ospitare barili di rovere francese (ex cognac per la maggioranza), è più organizzato, più efficiente da un punto di vista termico, ma meno affascinante, senza quella romantica patina scura all’esterno che ricorda tanto i vecchi magazzini di whisky in Scozia.

Tutto il processo di imbottigliatura ed etichettatura avviene sul posto (con macchina italiana, della stessa tipologia di quella vista da Bologne e Père Labat), mentre la canna, al suo arrivo, viene poggiata su una pesa appena fuori dalla distilleria. La pesa, diversamente da quella vista da Bellevue, non è invece di fabbricazione italiana. La canna arriva sulle charrettes tirate dai buoi oppure con normali trattori a rimorchio.

Jerome mi permette di fotografare davvero tutto, ed alla fine, faccio un ultimo giro per salutare il personale intento nei lavori di ristrutturazione, che ha continuato solerte a lavorare, durante la mia visita.

Ringrazio Jerome e tutti: l’accoglienza è stata a dir poco ospitale, la visita completa e l’attenzione nei miei confronti sempre squisita. A fine visita, Jerome ci regala una bottiglia particolare, edizione limitata di un brut de colonne passato in foudre, prodotto in esclusiva per un evento del 2018.

Lascio la distilleria con qualche acquisto per me e gli amici: il mattino è ancora nella sua parte migliore, e ci rimettiamo in marcia verso Anse Canot. Domani si parte, e voglio riempirmi gli occhi dei colori che amo. Vi resterò quasi tutto il giorno, di cui buona parte trascorsa nell’acqua.

Myry, per l’ultima sera, ci ha organizzato una cenetta da Sabine e suo marito, Chez Ti Sab: con grande gioia è lì anche il caro Djozz, e José Viator. Mangiamo un buon pollo boucané, e tra un rum e qualche chiacchiera, Djozz imbraccia la chitarra, e cantiamo insieme vecchie canzoni di Bob Marley.

Ho ancora la registrazione audio di quella serata, e la conservo gelosamente: sarà l’ultimo ricordo di un amico che qualche mese dopo ci lascerà.

Il tempo delle valige e dei saluti è sempre il più triste: Marie Galante mi manca tutto l’anno, anche se con gli amici si parla ogni giorno, ma è quello spirito di libertà, semplicità e generosità che sento vicino, e che mi fa vivere secondo la mia natura, a mancarmi di più.

Al battello, come sempre, mi riaccompagna Myry, con la promessa che ci rivedremo prima possibile. Le acque turchesi diventano gradualmente blu profondo, mentre lasciamo l’isola. Il ferry è carico di locali, pochi sono i turisti; sembra quasi che Marie Galante voglia salutarci con la sua parte migliore: la mite gentilezza del suo popolo, le donne vestite di madras colorati, i bimbi che mangiano pezzetti di canna da zucchero per ingannare il tempo della traversata, le vecchiette che ti offrono una caramella, perché spesso, in aperto oceano, viene il mal di mare.

Arrivederci, Galante des Iles… A dan on dot soley!

Ce morceau est dédié à la mémoire de l’ami José Mercan, dit Djozz, dont la voix et les beaux souvenirs seront toujours avec nous, e de monsieur Eloi Chassela, l’homme aux mille métiers, véritable poète et prophète pour les Marie-Galantaises.

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