Il Brandy Italiano verso una stagione di rinascita

Da sinistra: Bruno Pilzer, Vittorio Capovilla, Guido Fini Zarri, Mario Pojer

“Brandy” è un’abbreviazione del termine inglese brandywine, a sua volta tradotto dall’olandese brandewijn, vino bruciato, cioè distillato a fuoco diretto. È un distillato di vino, che, in Italia, è regolato da un Regio Decreto del 1926, e ha ricevuto solo nel 2016 la qualifica “Brandy Italiano IG” (Indicazione Geografica). Un grosso passo in avanti, anche se da noi manca ancora un legame più stretto con il terroir dove viene coltivata l’uva di riferimento, sul modello Cognac/Ugni Blanc e Jerez/Airen, e con l’artigianalità e l’arte della distillazione.

Il nostro Brandy, a partire dal regio decreto, conobbe un periodo molto florido, tanto che molte aziende con attività di liquoreria e distillazione iniziarono a produrne: tra queste Stravecchio Branca, Carpené, Martini & Rossi, Vecchia Romagna (della Buton di Bologna – Giovanni Buton era francese della Charente), Stock di Trieste. Per questa ragione, lungo gli anni, il Brandy italiano brillò essenzialmente di luce riflessa: tra i tanti prodotti, ricordo Vecchia Romagna Etichetta Nera (nata Buton ma rilevata e rilanciata da Montenegro), Stock 84, Branca Stravecchio e Carpenè Malvolti Brandy 1868.

Dopo un ultimo trentennio di declino, in cui molti distillatori di brandy cessarono la produzione (Ramazzotti, Carpené, Sarti) e la qualità generale si abbassò terribilmente, relegando il Brandy a “distillato da caffè”, oggi assistiamo finalmente ad un rilancio, con la proposta da parte delle grandi distillerie di versioni premium, come Brandy Vecchia Romagna Riserva 10 Anni (distillata con alambicco Charentais) e Brandy Stock 84 Gran Riserva 20 anni (da Trebbiano di Toscana, prodotto in sole 5mila bottiglie), ma soprattutto con alcune eccellenze della distillazione che hanno riscoperto, e trovato il coraggio di proporre, un Brandy Italiano artigianale di alto livello: Capovilla Distillati (Rosà, Vicenza), Villa Zarri (Castel Maggiore, Bologna), Bruno Pilzer (Faver, Trento), Pojer e Sandri (Faedo, Trento).

I quattro produttori si sono infatti ritrovati per stilare una sorta di “disciplinare” non ufficiale ma condiviso tra loro, sviluppato su sette punti, che parlano di qualità del distillato al futuro, e lo hanno presentato pubblicamente in una kermesse per addetti ai lavori, svoltasi a Milano, il 12 Febbraio scorso, con l’accompagnamento delle sublimi note della cucina di Stefano Caffarri, che ha interpretato, come un geniale compositore, le armonie celate nei loro meravigliosi Brandy.

Queste sono le caratteristiche, per loro imprescindibili, nella produzione di un Brandy artigianale di qualità:

  • selezionare accuratamente la materia prima, cioè l’uva, che deve essere in perfette condizioni per produrre un vino bianco poco aromatico, di bassa gradazione alcolica, di buona acidità fissa;
  • seguire attentamente il processo di fermentazione senza aggiungere anidride solforosa;
  • utilizzare alambicchi che estraggano delicatamente gli aromi (Charentais o a bagnomaria);
  • lasciare che il distillato di vino invecchi per tutto il tempo che gli è necessario per raggiungere l’equilibrio fra i suoi aromi naturali e l’alcool, secondo lo stile ed il gusto di ognuno (normativa attuale min. 6 mesi per 10Hl o 12 mesi per botte più grande);
  • non aggiungere aromi naturali o artificiali (oggi ammessi fino al 3%);
  • non aggiungere zucchero o caramello (nell’attuale normativa ammessi);
  • evitare qualsiasi manipolazione prima dell’imbottigliamento, effettuando unicamente la filtrazione a temperatura ambiente;

Tra i 4 produttori, brilla l’esempio di Guido Fini Zarri, della provincia di Bologna. Zarri, negli anni 80, in piena “regressione” del Brandy Italiano, decide di produrre un suo distillato di vino, utilizzando, a modello del Cognac, il Trebbiano Romagnolo e Toscano. L’alambicco è uno Charentais originale che si fece spedire pezzo per pezzo niente meno che da Cognac, operando, come da tradizione, a fuoco diretto, una distillazione discontinua, molto lenta, che permette di ottenere la migliore concentrazione possibile dei sentori più nobili e gradevoli del vino, consentendo, al tempo stesso, di eliminare al meglio le parti indesiderate dal distillato. L’acquavite che esce dall’alambicco è incolore ed ha una gradazione alcolica di circa 70% abv. Il distillato viene poi portato a 44% abv, gradazione ottimale, secondo lui, per esaltare al massimo le caratteristiche del brandy. La gamma di Zarri è molto ricca e completa, prevedendo millesimati (solo per annate eccezionali), ed invecchiati di 25, 22, 18, 15 e 10 anni.

Queste le creazioni presentate ufficialmente nella kermesse da coloro che ormai, dopo l’evento, abbiamo unanimemente ribattezzato “I quattro moschettieri del Brandy italiano”:

Distillato di Vino 1995 – Capovilla Distillati: una interpretazione che esalta moltissimo il frutto giallo nella sua freschezza, soprattutto al naso, mentre al palato la nota boisé maschera parzialmente questa sensazione, accentuando invece un piacevole accenno ossidativo (molto francese) ed una grande morbidezza speziata. Verre vide freschissimo, di mela.

Brandy Italiano Assemblaggio Tradizionale 10 anni – Villa Zarri: una Pyramid Song di sensazioni, prima di frutta fresca, poi di spezia e frutta a guscio, infine un bello spunto balsamico, perfettamente rispondente e bilanciato tra naso e palato. Lunghezza ed eleganza da vendere. Verre vide che riporta al naso la nota di nocciola sotto forma di cioccolato gianduia.

“Historiae” Brandy Portegnac 13 anni – Bruno Pilzer: Un vero brandy da meditazione, che mi ha fatto piacere tenere nel bicchiere per un po’. La frutta qui è prima fiore, poi si allunga in polpa di mirabella, nocciole, spezie dolci ed una lunga nota canforata. Il bicchiere vuoto è semplicemente affascinante, e fa ritrovare i fiori.

Acquavite DIVINO Dolomiti Vendemmia 2000 – Pojer & Sandri: un fuoco d’artificio di fiori bianchi e frutta fresca, anche aspra, le spezie dolci ad ammorbidire questo enfant terrible, che nel bicchiere non si placa nemmeno dopo decine di minuti, e vi deposita, una volta sopito, una suadente nota di vaniglia.

I nostri quattro moschettieri non si sono limitati a farci assaggiare queste meraviglie, ma ciascuno di loro ci ha messo a parte di altri tesori, non solo liquidi, fermandosi a parlare a lungo, e rendendo quel momento il medium migliore per comunicare un messaggio non solo di qualità ed attenzione al futuro, ma anche, ed oserei dire soprattutto, di genuinità, generosità e rettitudine: doti prima umane che professionali.

Il mio ringraziamento va certamente a loro, ma anche alla splendida organizzazione di Laura Sbalchiero, che è riuscita ad illuminare della giusta luce un momento così raro ed importante.

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