Lambrusco Revoluscion

“Il Lambrusco è il vino che Dio fece: è un vino aspretto, vispo, ardito e brioso […]. Ha un colore sfavillante di rubino e l’ardore delle viole mammole; anzi è la prima virtù che gli assaggiatori cercano nel lambrusco, se ha la viola”.

Paolo Monelli – Il Ghiottone Errante, 1935

La piana Padana, figlia di epoche enologiche lunghe e variegate, ha un comune denominatore, che l’accompagna da Ferrara fin verso i colli Piacentini: la coltivazione dell’uva di Lambrusco, nelle sue varietà più diverse, ciascuna a suo agio in altrettanto variegate tipologie di terreno, da quello sabbioso, all’argilla dura e pesante figlia delle esondazioni del Grande Fiume, fino alle marne collinari.

Questo vino, rosso e frizzante, dalla storia antica e ricca di fascino, legata anche, nel Medio Evo, alla figura di Matilde di Canossa, è assoluto protagonista di ogni tavola nelle case e nei luoghi di ristoro delle province di Ferrara, Modena, Parma e Mantova, perfetto compagno della cucina di pianura, dei salumi, delle paste ripiene e delle carni.

Passata l’era delle Cooperative e dei prodotti più figli del concetto di quantità che di qualità, oggi, anche grazie a nuovi “vigneron” capaci di interpretare le mille voci della loro terra e della loro storia vinicola, assistiamo ad una rivoluzione culturale vera e propria, nel senso di una viticoltura sostenibile, di una ricerca e protezione delle antiche cultivar e degli antichi sistemi di coltivazione, parte della nostra cultura contadina, e di un futuro percorribile per le nuove generazioni.

Nella mia terra, la “Bassa Mantovana”, il Lambrusco che si beve è sangue scuro nel bicchiere, ti macchia le labbra e ti asciuga la bocca: la sera di Natale, da piccolo, te ne facevano mettere un pochino in una tazza, col brodo e due agnolini avanzati dal pranzo, e il formaggio grattugiato, per fare il “bever’in vin”, che scaldava mani e cuore e ti mandava a letto presto.

Le varietà più coltivate, da questa parte della Pianura, sono il Salamino, il Maestri, il Groppello Ruberti, ed il Marani, spesso con l’aggiunta dell’uva di Ancellotta, a dar toni ancora più scuri e violacei ai vini: anche qui, come in Emilia, Consorzi e Cooperative agricole han fatto per decenni la parte del leone, fino a che, negli ultimi tempi, un manipolo di giovani, in possesso di cognizione di causa e di terreni da adibire alla coltivazione della vite, o già vitati, hanno ricominciato a fare Lambrusco, ed a ridare anima e significato alla nostra terra.

Vi parlerò oggi di uno di questi “Lambrusco boys”: il suo nome è Franco Accorsi, e la sua Azienda Vinicola, che gestisce col fratello Mario, si chiama “Fondo Bozzole”.

Siamo a Poggio Rusco, dove l’estremità est della provincia mantovana tocca quella di Modena: qui ogni “fondo”, ogni crocicchio ed ogni svolta della strada ha un suo nome “in codice”. “Fondo Bozzole”, “Li Bussoli”, è sulla strada che svolta verso Quattro Case, Quatar Cà, e poi Magnacavallo: così ci si orientava un tempo, e così ci arrivo anche io, “navigatoreless”, in un caldo pomeriggio di Luglio.

Franco mi riceve con il vestito che preferisco, quello del contadino: dal 2007 lui e il fratello si son messi in questa avventura, dopo aver tentato di cambiar le cose in seno al Consiglio della Cantina Intercomunale di Poggio Rusco, dove le novità che lui proponeva non risultarono gradite.

Dal ramo rotto a volte spunta un verde germoglio: così Fondo Bozzole è divenuto in poco tempo una realtà ben affermata, che esporta vini negli States ed ogni anno viene premiata per la qualità dei suoi prodotti, fin dall’inizio, quando quel Lambrusco così old style, che decidono di chiamar “Giano” (Ianua, le porte, l’inizio, il vecchio che lascia il passo al nuovo), da uve Salamino, stupì talmente tanto il pubblico, da finir esaurito in meno di tre mesi.

Da quel momento il paniere si amplia: Franco e suo fratello mettono mano ai vigneti esistenti, già impiantati dal padre, negli anni ’80, convertendosi completamente, dal 2010, al metodo Biologico di difesa delle colture: mettono al bando l’uso, in ogni fase della coltivazione, delle molecole chimiche di sintesi, adottano concimi organici, diserbi meccanici e controllano in modo naturale i parassiti, ma soprattutto, evitano di forzare il terreno e le piante a produrre più della loro natura, per poter “assaporare il frutto nella sua forma originale”. Oggi nei loro vigneti si producono uve di Lambrusco Salamino, Groppello Ruberti, Lambrusco Marani e Trebbiano Romagnolo: accanto ad essi, i frutteti, altra attività del Fondo.

La zona “ricevimento clienti” in questo momento è ancora collocata nell’edificio originario, in tutta semplicità, tra vecchie damigiane e pile di cartoni da piegare, con un bancone dove gestiscono le vendite e tengono in vista qualcuno dei tanti riconoscimenti ricevuti. C‘è un bell’odore di vino e di cantina che aleggia, ed il buon Franco, con il piglio appassionato ed orgoglioso di chi stia presentando le sue creature al mondo, mi organizza una degustazione conoscitiva su due piedi, nel locale attiguo, una cucina di campagna, con il tavolaccio, la stufa ed il pavimento di vecchie piastrelle, così familiare e così rilassante.

L’attuale “linea” propone cinque prodotti: il famoso Giano, un lambrusco che adoro, davvero vecchia maniera, asciutto, lievemente tannico, nero come la pece, da uve Salamino, poi Incantabiss (dedicato ad Arnoldo Mondadori, di origine mantovana, che era noto con lo “scudmai”, ovvero il soprannome, di Incantabiss, incantatore di serpenti, per la sua eloquenza) da uve Ruberti in purezza; le Mani, vino dedicato all’artigianalità, una fantastica versione ferma da uve Salamino; Foxy, interpretazione ammiccante e sorniona del Trebbiano, dalla bollicina vivace e persistente, ed infine l’ultimo arrivato, Cocai, dedicato ad una altro personaggio storico mantovano, il poeta Teofilo Folengo, detto Merlin Cocai: spumante brut rosato e profumatissimo, da uve Marani in purezza.

Franco Accorsi prepara la linea di degustazione (photo by Monica Carcangiu)

Dei cinque prodotti, conosco bene solo il “Giano”, che resta uno dei miei lambruschi preferiti di sempre, e l’”Incantabiss”, molto più suadente e fruttato, con le sue note di ciliegia matura, ma ogni volta che li riassaggio non posso far a meno di notare come, negli anni, i due prodotti siano, se possibile, ancora migliorati: nessuna sbavatura, aggiunta o mistificazione, parlano l’uva, la terra ed un lavoro in vigna fatto a regola d’arte.

Assaggio il “Cocai”, questo per la prima volta: è uno spumante brut, ed apre una nuova era di sperimentazione (Franco mi confida che si sta preparando il primo metodo classico, in uscita l’anno venturo). Il Lambrusco Marani riesce a trasmettergli, insieme, freschezza e golosità del frutto rosso, pur conferendo carattere ad un corpo nervoso e vivace. Un vino che definisco, istintivamente, “da merenda”, per la facilità di beva e l’immediatezza, eppure tutt’altro che banale: se ci fosse una ricciolina di pane con qualche fetta di salame sarebbe l’abbinamento perfetto!

Passo ad un’altra bollicina (ed altra novità per me), il “Foxy”, ben rappresentata dalla bellissima etichetta, nella quale una dama prende giocosamente per il bavero il suo cavaliere: è il Trebbiano che non ti aspetti, profondamente femminile, leggiadro ma intensissimo, dal naso sottile ed elegante di fiori e frutta bianca, e dalla lunghissima persistenza, al palato, di nocciole. Un vino fatto per stupire, con la cucina di campagna ma anche con quella più ricercata, magari di pesce, o con una frittura. Foxy richiama alla mente quelle viti selvatiche, come la Vitis Labrusca, con le quali, un tempo, si producevano vini “fuorilegge”, molto fruttati ma dall’elevata pungenza.

Da ultimo, mi faccio spiazzare dal “Mani”, vino dedicato al lavoro artigianale, anche qui ben rappresentato dall’etichetta: penso non vi sia mai capitato di bere un vino fermo da uve Lambrusco Salamino, e magari anche voi sareste un po’ prevenuti, come lo ero io. Tanto più che, appena aperto, il vino mi era sembrato “poco pulito” al naso. Ed invece, dopo qualche minuto, anche questo signore all’apparenza poco elegante, si toglie il tabarro e rivela tutto il suo bel corpo, pieno e succoso, leggermente tannico, lunghissimo. Un vino che, grazie anche alla gradazione alcolica contenuta, si rivela molto conviviale, e si adatta a due chiacchiere tra amici, con un po’ di parmigiano e qualche salume, oltre che a piatti più complessi.

Ognuno dei vini degustati mi è stato spiegato da Franco con grande generosità di particolari ed aneddoti: è stato un gran piacere fare con lui la scoperta dei suoi tesori, ognuno con un’anima diversa e profondamente radicata nella tradizione, ma con una decisa propensione al futuro, ed una ricerca estrema della qualità, evidente ad esempio, nella scelta di condurre le viti a Guyot, effettuando potature all’apparenza poco convenienti e dalla bassa resa, ma atte a salvaguardare la vite come organismo, a farla crescere naturalmente e produrre costantemente nel tempo, rendendola resistente alle malattie, in ottica di preservare il patrimonio viticolo locale. Anche la scelta del monovitigno contribuisce alla salvaguardia delle antiche varietà, che si esprimono così nei vini, in modo totalmente originale, secondo la chiave di lettura che viene loro applicata da questi due “fantasisti” del Lambrusco.

Ultima chicca di un interessante pomeriggio, mi fa visitare la nuova cantina: un edificio che, entrando, avevo notato sulla sinistra: la costruzione è iniziata in seguito al sisma che aveva colpito l’Emilia e parte della provincia di Mantova nel 2012, e si era portato via molti antichi edifici rurali.

La cantina è ora, nei limiti del possibile, a prova di eventi naturali, ed è composta da tre grandi locali, il primo con i serbatoi d’acciaio in cui riposano i vini, l’altro adibito a magazzino e cantina per gli spumanti, ed un terzo che, un domani, fungerà da punto vendita ed accoglienza: all’interno, nonostante il caldo torrido di quei giorni, permane una temperatura gradevolmente fresca ed una umidità controllata, grazie al magnifico tetto in legno.

Conquistata dai prodotti e dalla generosità di Franco, faccio i miei acquisti, piacevolmente colpita dal costo davvero contenuto dei suoi vini, che spopolano anche, giustamente, in tutti i ristoranti di zona, complice il loro legame stretto con i cibi della nostra tradizione, il loro packaging curato e moderno, dalle etichette alle bottiglie, e la loro tangibile bontà.

Se mai capitaste nella “Bassa”, dopo esservi riempiti gli occhi delle bellezze artistiche e storiche dei luoghi, da Mantova a San Benedetto, ed aver provato la nostra cucina, ricca di calore e tradizione, scendete giù, verso Poggio Rusco, spegnete il navigatore, e seguite le indicazioni: sarà facile arrivare a Fondo Bozzole, ed altrettanto essere conquistati da questi vini che sanno di antico e di nuovo.

Un pensiero riguardo “Lambrusco Revoluscion

  1. …e con questo mi hai definitivamente conquistato.. meraviglioso..

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